Introduzione
Si racconta spesso che la terapia funzioni quando ci si “apre”. È una formula diffusa, quasi mitologica. Ma cosa significa davvero aprirsi? E cosa succede quando, pur desiderandolo, non si riesce? Questo articolo offre uno sguardo laterale – e tragico – su una delle dinamiche più delicate del processo terapeutico: la difficoltà a mostrare il proprio vero sé. Non per mancanza di coraggio, ma per una protezione costruita lentamente, con anni di tentativi di adattamento.
L’analisi si muove su tre direttrici fondamentali: l’origine della maschera, il ruolo della relazione terapeutica, e l’ambiguità del cambiamento. Con riferimenti impliciti alla psicologia dinamica, si esplora il paradosso di voler essere visti… senza riuscirci davvero.

Il vero sé non vuole uscire (ma sa che dovrebbe)
Perché allora a volte è così difficile aprirsi di fronte al nostro psicologo? Una delle ragioni più profonde per cui aprirsi pienamente risulta così difficile è che la mente umana ha sviluppato dei meccanismi di difesa per evitare il dolore. Freud fu tra i primi a codificarli: razionalizzazione, rimozione, proiezione… sono strategie che permettono di sopravvivere a emozioni intollerabili, ma che spesso impediscono l’accesso al vero sé.
Melanie Klein, psicoanalista post-freudiana, parlava addirittura di “posizione schizo-paranoide” come modalità relazionale primitiva, nella quale si divide il mondo in buoni e cattivi, accettabili e inaccettabili. Quando una parte del sé viene vissuta come inaccettabile o pericolosa, viene “scissa” e attribuita all’esterno, oppure tenuta fuori dal campo di coscienza.
In terapia, questo si traduce in pazienti che non riescono nemmeno a nominare certi vissuti, oppure che distorcono inconsciamente il racconto per proteggersi da un crollo psichico. Il vero sé resta, così, al margine del discorso. Proibito. Tabù.
L’identità che non si lascia prendere, da cosa fuggiamo?
Carl Jung ha definito uno dei più grandi processi della vita interiore con il termine “individuazione”: l’integrazione progressiva di tutti gli aspetti del sé – luci e ombre, desideri e paure – in un nucleo coerente. Ma questo processo, anziché lineare, è spesso interrotto da fasi di ritiro, confusione o collasso.
Margaret Mahler, con la sua teoria della separazione-individuazione, ha mostrato come l’identità personale si costruisca nel tempo, a partire dalla differenziazione dall’altro significativo (in primis la madre). Se questa fase è ostacolata, la persona può sviluppare una tendenza a fondersi o a dissociarsi dagli altri, rendendo arduo ogni tentativo di esprimersi con autenticità.
Heinz Kohut, invece, descrive la presenza di un asse narcisistico nella struttura della personalità: se la persona non ha ricevuto sufficiente riconoscimento e rispecchiamento nelle fasi precoci, tenderà a sviluppare un falso sé per ottenere approvazione. E anche in terapia, continuerà a mostrare solo la parte “presentabile”, quella “brava”, sperando così di essere amato.
Il risultato è che l’identità più autentica resta congelata, non perché manchi il desiderio di esprimerla, ma perché non si è ancora costruito il contesto relazionale sicuro per farlo.
Quel rischio necessario per aprirsi: la verità come ferita e cura
Il vero sé non emerge per imposizione. Non basta sedersi sul lettino e “decidere” di essere sinceri. La sincerità autentica in terapia è un rischio, a volte perfino una rottura interna: significa mettere in discussione l’immagine che si è costruita per sopravvivere.
Ma è proprio lì che può nascere il cambiamento. Quando, magari per la prima volta, una persona dice qualcosa che la spaventa profondamente, che la mette a nudo. E si accorge che l’altro – lo psicologo – resta. Non scappa, non giudica, non punisce. Resta.
In quel momento, qualcosa si scioglie. Non tutto, non subito, ma il seme di un nuovo sé viene piantato. E da lì si comincia, lentamente, a imparare che si può esistere anche con le proprie fragilità. Che si può essere visti, e non disprezzati. Che la verità è dolorosa, ma liberante.
Come direbbe Winnicott, solo nella presenza di una relazione sufficientemente buona, il vero sé può emergere senza sentirsi in pericolo di annichilimento.
Ricapitolando…
Aprirsi davvero con lo psicologo non è scontato, né semplice. È un atto psicologicamente complesso che tocca la struttura stessa dell’identità. Tre sono i motivi principali che lo rendono difficile:
- I meccanismi di difesa che ci proteggono dal dolore ma ci separano anche dal nostro nucleo autentico;
- Un’identità frammentata o inadatta al contatto autentico che fatica a mostrarsi per paura di non essere accolta;
- La paura concreta della verità, che può fare male ma è anche la chiave per un cambiamento reale e profondo.
Su queste dimensioni, lo spazio terapeutico lavora con rispetto, delicatezza e pazienza. Ma nulla può essere forzato.
Aprirsi è una scelta coraggiosa, sempre.
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